Gli articoli dell’Economist su Silvio Berlusconi (3 parte)

Addirittura, adesso per l’Economist l’Italia è il paese delle lobby.Quello che trovo molto sospetto è che l’Europa non si critica mai.Il grosso delle decisioni di carattere economica-politica viene preso a Bruxelles dove ci lavorano piu o meno 15.000 lobbisti e i risultati si vedono, o meglio, solo chi vuole li vede, perchè i lettori dei quotidiani pensano al bunga bunga o a Mangano.Il governo europeo e la commissione europea non ha nessuna legittimità democratica perchè non viene scelta da noi popolazione europea ma direttamente dal presidente.
E poi vogliamo parlare degli Usa di Barack Obama?

I PRIVILEGI DELLE CORPORAZIONI

Spesso i turisti che visitano Firenze restano cosi affascinati dal duomo e dalla sua cupola da non notare,proprio li di fronte,una delle piu grandi meraviglie del rinascimento:le porte del battistero di Lorenzo Ghiberti.Decorate da pannelli di bronzo che rappresentano scene bibliche,lasciarono incantato anche Fedor Dostoevskij,che ne teneva appesa una fotografia a grandezza naturale alla porta del suo studio di San Pietroburgo.Le porte furono commissionate dalla corporazione dei mercati di tessuti,che potevano permettersi opere cosi grandiose grazie alle cospicue rendite percepite impedendo la concorrenza di altri importatori.Questo sistema era molto vantaggioso per i membri delle corporazioni,ma non per i loro clienti e per chi avrebbe voluto gestire liberamente i suoi affari.In molti settori dell’economia italiana la situazione oggi è ancora la stessa.
L’Italia è una giungla di piccoli privilegi,rendite e mercati chiusi.Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma.Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi.Il governo ha deciso di ripristinare le tariffe minime per le prestazioni degli avvocati,una categoria che in genere non è considerata vittima di datori di lavoro senza scrupoli.Sull’altro versante del mercato del lavoro,l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere.In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche.In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie,garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate,impedendo che se ne aprissero di nuove.Quando il titolare di una farmacia moriva,i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.Queste leggi hanno subito qualche ritocco nel 2006 ma,tre anni dopo, l’auspicata concorrenza non si era ancora concretizzata e in tutta Italia solo 64 farmacisti gestivano piu di una farmacia.
Un altro mercato chiuso è il settore dei taxi,in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale.A Milano,la città piu dinamica d’Italia,è difficile trovare un taxi.Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo,tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che,limitando il numero di taxi in circolazione,fa crescere i loro guadagni.”Da uno studio piu scientifico risulta che nel 2003 una licenza da tassista a Milano costava 200 mila euro,mentre a Firenze nel 2006 ne valeva 300 mila.Anche a New York le licenze per il servizio taxi possono raggiungere cifre esorbitanti:nel 2007 ne è stata venduta una 600mila dollari”.”Negli Usa,però, la stessa licenza può essere usata da piu di una persona.Un sistema che danneggerebbe la corporazione dei tassisti milanesi, per i quali la licenza è un prodotto da vendere quando vanno in pensione,intascando una buonauscita.Se ne vengono rilasciate di piu si svalutano ,eloro fanno di tutto per impedirlo.
Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro.In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale:le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto.Potrà sembrare un sistema ingiusto,ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo.Inoltre,i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana:una conventicola di sinistra ha governato Napoli per gran parte degli ultimi vent’anni,mentre l’ala politica del movimento cattolico Comunione e liberazione controlla da quindici anni la presidenza della regione Lombardia,e viene spesso criticata per aver distribuito incarichi e poltrone ai suoi sostenitori.
In questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati,di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta.Piu di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia nè lavora.Dopo una riforma introdotta nel 2003,i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose.Per liberalizzare il mercato del lavoro senza correre il rischio politico di mettersi contro gli interessi costituiti,il governo ha introdotto,attraverso la legge Biagi, un nuovo tipo di contratto a tempo determinato.Marco Biagi,il consulente del governo che aveva messo a punto la legge,è stato assassinato nel 2002 da un gruppo di terroristi di estrema sinistra ostili alla riforma del mercato del lavoro (gli stessi che nel 1999 avevano ucciso un altro consulente del governo in questo settore,Massimo D’Antona).I lavoratori assunti con questo tipo di contratto possono essere licenziati piu facilmente e non hanno diritto ai sussidi di disoccupazione garantiti ai loro colleghi piu anziani.Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce sopratutto una minoranza formata da giovani.Come spiega Tito Boeri,docente all’università Bocconi,gli stati italiani preferiscono di gran lunga un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere.Per questo motivo il sistema è bloccato.

Gli articoli dell’Economist su Silvio Berlusconi (3 parte)ultima modifica: 2011-06-25T19:19:09+02:00da anglotedesco
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